70 anni dalla Rivoluzione ungherese

Mentre in Ungheria i giovani venivano uccisi dai comunisti, il Pci in Italia dalla parte dell’Unione sovietica

Era il 23 ottobre del 1956 quando a Budapest gli studenti ungheresi scesero in piazza per chiedere libertà e democrazia, cancellate dal regime comunista. Al loro fianco si schierarono anche altre decine di migliaia di cittadini, dando vita a una protesta pacifica, schiacciata dopo neanche due settimane dai carri armati sovietici. Una repressione avallata da gran parte dei partiti comunisti occidentali, compreso quello italiano. È passata alla storia come “Rivoluzione ungherese”, e segnò profondamente la storia dell’Ungheria e dell’Europa. A 70 anni di distanza, mentre le città europee vedono devastazioni travestite da manifestazioni di piazza che nulla hanno a che fare con i valori della democrazia e della libertà, ricordiamo quei giovani che allora ebbero il coraggio di sfidare pubblicamente il regime comunista. Scesero per le strade di Ungheria, senza spaccare vetrine o distruggere le città, rivendicando il diritto a vivere in un paese libero. E lo fecero sventolando il loro tricolore, da cui avevano tolto il simbolo del regime comunista. E proprio oggi si terranno le celebrazioni dell’anniversario a Budapest, alle quali prenderà parte, in rappresentanza del Presidente Meloni, il ministro della Difesa Guido Crosetto.

Il coraggio degli ungheresi

I comunisti li chiamarono ribelli, erano semplicemente patrioti. Patrioti che misero in atto quella che Indro Montanelli, inviato a Budapest per il Corriere della Sera, definì la sublime pazzia della rivolta. Una pazzia, quella di scendere in piazza contro il regime armati solo del desiderio di libertà e di amor patrio, che è ancora oggi di esempio. E ancor più lo dovrebbe essere per chi in piazza scende solo per devastare. Quel 23 ottobre del 1956, gli studenti ungheresi sfilarono pacificamente per chiedere libertà e democrazia e la fine di quella che di fatto era l’occupazione sovietica. Pensavano di essere in pochi, ma in un attimo da qualche migliaia si resero conto di essere centinaia di migliaia.

Nelle strade iniziarono a cadere i simboli del dominio sovietico. La gigantesca statua di Stalin fu abbattuta e ridotta in pezzi, lasciando in piedi solamente gli stivali. La bandiera nazionale fu privata dello stemma comunista e divenne il simbolo della rivolta. Ma purtroppo a cadere non furono solo gli emblemi sovietici.

La repressione comunista

Mentre centinaia di migliaia di manifestanti protestavano pacificamente per chiedere la libertà, il regime sovietico decise di intervenire con la forza. Intervenne la polizia politica, l’AVH, che non esitò ad aprire deliberatamente il fuoco sulla folla uccidendo migliaia di cittadini innocenti.

Passarono giorni e quando l’Urss si accorse che le proteste non si fermavano e che il popolo ungherese non si arrendeva, inviò i carri armati e soldati. Fu una repressione brutale. Imre Nagy, che fino a quel momento aveva guidato un governo riformatore dichiarando la neutralità dell’Ungheria, fu arrestato e in seguito impiccato, con il beneplacito dei partiti comunisti occidentali, compreso quello italiano.

Il Pci dalla parte dei comunisti sovietici

Mentre in Ungheria la polizia politica reprimeva la protesta pacifica di centinaia di migliaia di giovani nel sangue, il Pci in Italia seguì la rotta di Togliatti appoggiando in pieno la repressione sovietica. Una posizione che ha portato la propaganda sovietica sull’Ungheria nel nostro Paese.

A partire dalla stampa comunista che etichettò gli insorti come “controrivoluzionari”. Come l’Unità, che nel 24 ottobre del 1956 titolò “Scontri nelle vie di Budapest provocati da gruppi armati di controrivoluzionari”. Ma non finì qui. Le manifestazioni e la violenta repressione sovietica vennero bollati come “fatti di Ungheria” ed il 25 ottobre l’Unità tornò sul tema titolando “Da una parte della barricata a difesa del socialismo”.

Un articolo indegno – rivendicato dal direttore Pietro Ingrao – in cui i comunisti parlarono di un “attacco armato meditato […] chiaramente rivolto a rovesciare con la violenza il regime di democrazia popolare”. A causa di questa censura, ancora oggi c’è chi minimizza la rivoluzione ungherese parlando di semplici “fatti ungheresi”.

Ecco due editoriali dell’Unità:

Le manifestazioni pacifiche fecero le rivoluzioni

La rivoluzione ungherese e dodici anni dopo la Primavera di Praga, con il sacrificio estremo di Jan Palach, sono due pagine di storia che meritano di essere ricordate e celebrate. Ricordare il desiderio di libertà e democrazia di milioni di persone che vivevano nei paesi satelliti dell’Unione Sovietica. Ricordare come manifestarono il loro dissenso: pacificamente, armati solo di coraggio, dignità e amore per il proprio paese. E ricordare che, in Occidente, c’era chi stava dalla parte dei carri armati sovietici, appellando come rivoltosi i manifestanti. Gli stessi i cui eredi, oggi, non prendono le distanze da chi distrugge le città senza motivazioni ideali.