Covid, l’accusa di un imprenditore “Un amico di Conte lucrava sulle mascherine”

“Consulenze milionarie” per sbloccare forniture e pagamenti delle mascherine, minacce di ritorsione, ispezioni e controlli contro chi non sottostava alle pretese: un quadro inquietante emerso grazie alle testimonianze in Commissione d’inchiesta e ricostruito da Quarta Repubblica

Avrebbe chiesto una percentuale del 10% per risolvere i problemi di due imprenditori relativi alle forniture di mascherine tramite presunti contatti con la struttura commissariale per l’emergenza Covid, presentandosi tra l’altro come collega dell’allora Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Gli imprenditori interrompono i rapporti con l’intermediario – l’avvocato Di Donna – ed ecco che arrivano i controlli. E con essi anche messaggi minacciosi. Ecco cosa sta emergendo grazie al lavoro della Commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia voluta da Fratelli d’Italia. A Quarta Repubblica (qui l’intera puntata andata in onda) la ricostruzione affidata alla viva voce di uno dei due imprenditori.

La ricostruzione dei fatti: le tangenti per risolvere i problemi ed i controlli dopo i rifiuti

La trasmissione Quarta Repubblica, condotta da Nicola Porro, ha ricostruito i fatti emersi dalle audizioni in Commissione Covid dei due imprenditori che, durante la pandemia, erano tra i pochi in grado di fornire le mascherine alla struttura commissariale, Giovanni Buini e Dario Bianchi. E lo ha fatto ospitando in studio proprio quest’ultimo. Stando alle dichiarazioni, la Protezione Civile avrebbe pagato gli ordini di mascherine, ma la struttura di Arcuri no.

Mancavano i pagamenti, ciò nonostante le commesse di mascherine venivano comunque consegnate. È a quel punto che interviene l’avvocato Luca Di Donna: si sarebbe proposto ai due imprenditori per risolvere i loro problemi, sbloccare i pagamenti e fornirgli nuovi appalti grazie ai buoni contatti con la struttura gestita da Arcuri. Ma tutto in cambio di una consulenza dal valore pari al 10% dell’accordo.

E Bianchi conferma anche che l’avvocato Luca Di Donna si presentò come un “collega dell’ex premier Conte” e che “fece intendere che il rapporto di lavoro avrebbe potuto giovare in qualche modo nella risoluzione del problema”. Dopo aver capito che qualcosa non andava, i due imprenditori hanno interrotto i rapporti con l’avvocato Di Donna. E proprio a questo punto l’azienda di Bianchi sarebbe stata raggiunta da continue ispezioni, controlli e sequestri. Così come era già successo a quella di Buini. Buini che, a proposito delle ragioni del suo passo afferma che “quella era palesemente una tangente, non mi sono voluto esporre a un rischio penale”.

La minaccia al funzionario delle dogane e la “black list”

“Il 20 maggio il funzionario delle Dogane mi dice che sotto casa sua arriva un funzionario, sempre delle Dogane, che gli dice apertamente una serie di cose. Minacce alcune minacce. Gli dice che non sarebbe stato fatto del male né a lui né alla sua famiglia se si fosse fatto i fatti suoi. Ma gli dice anche che ‘bloccheremo la Jc electronics.

Ma non è questa l’unica stranezza. L’ex vice direttore delle dogane mi dice ‘guarda che voi eravate in una black list'”, così a Quarta Repubblica Dario Bianchi rispondendo alle domande di Nicola Porro.

I rapporti tra Di Donna e Conte

Nel corso della parte di puntata di Quarta Repubblica dedicata all’affare “mascherine” sono emerse anche le incongruenze circa i rapporti tra l’avvocato Di Donna e il già Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Uno dei due imprenditori nel corso dell’audizione in Commissione d’inchiesta Covid precisa che Di Donna, presentandosi a lui si qualificò “come collega dell’ex premier Conte”.

E nonostante quest’ultimo neghi ogni relazione professionale alcuni documenti presentati in trasmissione attestano che i due avvocati non solo avevano studi allo stesso indirizzo, con lo stesso numero di telefono e fax, ma si sono alternati su uno stesso fascicolo giudiziario.

Belpietro: “C’è chi ha pensato di guadagnare sulla pelle dei morti”

“Conte potrebbe raccontarci molto, ma essendo in Commissione diventa una situazione imbarazzante. È difficile chiamare uno per interrogarlo, perché si tratta di fargli raccontare una testimonianza, ma allo stesso tempo è anche un commissario. Ma c’è un altro tema. Un tribunale ha riconosciuto le ragioni dell’imprenditore perché ha detto che è stato danneggiato.

Ed ha deciso di risarcirlo con 280milioni di euro. Sono soldi pubblici. In un momento in cui morivano le persone, decine di migliaia di persone. C’è stato come minimo un grande spreco, ma anche qualcuno che ha pensato bene di guadagnare sulla pelle dei morti, che ha pensato di speculare sulle mascherine, di fare affari anche se c’erano decine di migliaia di famiglie in estrema difficoltà.

L’altra cosa è che all’imprenditore che si è trovato in questa situazione si sono presentate Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane, e altri che fanno una serie di cose che, dalla sentenza del tribunale si capisce, non hanno alcuna ragione di essere fatte. E allora la domanda è una. Perché?”, ha affermato il Direttore de La Verità, Maurizio Belpietro.

Un quadro inquietante di cui nessuno parla

Quanto sta continuando ad emergere dalla Commissione Covid è un quadro sempre più complesso quanto inquietante. Sarebbero arrivati a chiedere delle tangenti per risolvere i problemi e trovare delle vie preferenziali con l’opaca gestione della struttura commissariale. Addirittura, se tutto si confermasse vero, sarebbero state fatti controlli mirati a danneggiare le imprese soltanto perché avevano rifiutato di piegarsi a questo “sistema”, fino anche ad arrivare a delle vere e proprie minacce e ad una “black list” che, presumibilmente, conteneva le aziende che avevano deciso di dire no alle tangenti.

Ma di tutto ciò in pochi ne parlano. Siamo abituati a testate giornalistiche che a cadenza continua pubblicano inchieste su inchieste, ma di quella sulla gestione della pandemia non ne sta parlando nessuno. Forse perché tocca qualcuno che non deve essere toccato. Ma sicuramente il lavoro della Commissione Covid non si fermerà.

Noi continueremo ad andare avanti per la nostra strada, quella della verità. Avevamo promesso agli italiani che avremmo fatto chiarezza e lo stiamo facendo.