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Truffa in Toscana: false mascherine prodotte dai cinesi

Mascherine per 45 milioni prodotte sfruttando i lavoratori: 13 arresti, scoperti 90 immigrati irregolari. L’inchiesta è partita dai capannoni cinesi

Lavoratori sfruttati per produrre mascherine commissionate dalla Protezione civile e dalla Regione Toscana e comprate con i soldi dei cittadini. 13 titolari di ditte tessili cinesi sono stati arrestati: nelle loro aziende erano impiegati immigrati irregolari. Le aziende si erano riconvertite per la produzione.

Sono stati scovati anche 90 immigrati orientali irregolari e sequestrati milioni di mascherine la cui consegna alla Protezione civile era in programma oggi.

E’ quanto emerge da un’inchiesta di guardia di finanza e procura di Prato. Le mascherine prodotte dai cinesi, in parte già consegnate, non sarebbero stati inoltre conformi ai requisiti previsti: l’Istituto superiore di sanità aveva espresso parere non favorevole alla loro produzione e commercializzazione.

I contratti prevedevano la fornitura di 93 milioni di mascherine alla Protezione civile e di 6.700.000 ad Estar (la centrale acquisti della Regione Toscana), a fronte di corrispettivi, al netto dell’Iva, pari a circa 41,8 milioni e 3,2 milioni di euro.

Le nostre denunce sui capannoni cinesi

Sfruttamento del lavoro: i cinesi producevano anche le mascherine

Le indagini nascono da precedenti accertamenti su un imprenditore orientale, destinatario di una misura di custodia cautelare perché avrebbe sfruttato il lavoro di 23 suoi connazionali, per lo più immigrati irregolari o impiegati a nero, costretti a turni di 13/16 ore al giorno, in condizioni degradanti e in laboratori-dormitorio.

Un fatto che abbiamo denunciato più volte nei nostri sopralluoghi nei capannoni cinesi. Uno su tutti quello nel quale era emerso chiaramente lo sfruttamento di immigrati irregolari.

Nell’inchiesta sono poi entrati altri due imprenditori cinesi, i fratelli Hong, ora indagati per frode in pubbliche forniture e truffa ai danni dello Stato, ma la cui storia era finita sui media come esempio di conversione in tempi di pandemia: la loro Gruppo Y.L. era passata a produrre dai cappotti alle mascherine in tnt. 

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Altro che “esempio”: l’azienda dei due fratelli cinesi per produrre le mascherine si sarebbe avvalsa, quali “contoterzisti e subappaltatori occulti”, di una trentina di aziende lavoravano a nero e violavano le norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.

Le indagini riguardano anche due società nel Fiorentino, gestite da italiani ed in stretti legami di collaborazione con l’azienda dei due fratelli, destinatarie anch’esse di commesse da parte di Protezione civile ed Estar.